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Ho sempre ritenuto che parlare di se stessi sia un esercizio da evitare. In particolare se si parla di una comunità di cui si fa parte, qual è un partito. Ma ciò che mi è accaduto in questi giorni merita di essere brevemente raccontato, per poi trarne una considerazione politica.

 

Mentre al ristorante ero in attesa di un piatto di risotto, ho ricevuto il seguente messaggio dal segretario Nencini: “Giancarlo ti ricordo il tuo tesseramento personale. Sta per scadere”. Col pensiero rivolto al risotto che si stava raffreddando e scuocendo (in Lombardia il riso deve essere rigorosamente al dente!) ho pensato che il messaggio si riferisse al tesseramento in generale, che io avevo già inviato in data 15 del mese. Di conseguenza ho risposto al segretario che la federazione di Lodi era in regola con le sottoscrizioni per il 2016. Neppure il tempo di sedermi per consumare il primo piatto, ho ricevuto una telefonata del segretario della Lombardia Consonni, che mi ha spiegato quello che non avevo capito. Dovevo versare un contributo personale di 100 € quale componente dell’Assemblea nazionale del partito, di cui faccio parte a partire dalla data del congresso di Salerno. Preso atto dell’equivoco, ho regolarmente versato la mia quota come componente di quell’organismo di partito.

 

L’episodio in sé è insignificante, ma acquista un suo significato se inserito nel contesto creato nel partito con la nota vicenda del ricorso contro la validità del congresso di Salerno e con le relative attese su quale sarà la sentenza definitiva.

 

Non per nulla l’amico Santo Consonni, nel raccomandarmi di effettuare il versamento entro la fine dell’anno, ha aggiunto: “…occhio ai ricorsi!”.

 

Premesso che io sono sempre e comunque per il rispetto delle regole, mi chiedo che senso ha avuto e avrà, per un partito che è aggrappato alla speranza del varo di una legge elettorale che preveda una soglia di sbarramento minima per sperare di sopravvivere, appellarsi al giudice esterno. Qui non si tratta da fare appello al solito “i panni sporchi si lavano in casa”, ma di avere il coraggio di affrontare il dibattito interno a viso aperto, con gli strumenti e nelle sedi previsti dallo statuto. Certo che in questo modo si può risultare minoranza. In quel caso ci sono solo due possibilità: si accetta di essere minoranza, ma si continua a lavorare per il partito, oppure ci si comporta come quei bambini che, indispettiti perché stanno perdendo la partita, cercano di portare via il pallone.

 

Nella speranza che qualcuno non voglia anche impossessarsi del campo da gioco e dello stadio!

 

 

Giancarlo Volpari